1972 – 1973 Il nuovo programma non è praticabile - Centro Culturale Jacopo Lombardini


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1972 – 1973 Il nuovo programma non è praticabile

L’attività della scuola serale nello scorso inverno si è svolta sotto l’influenza dei risultati positivi degli esami sostenuti nel giugno 1972; mentre in passato i nostri candidati avevano bensì superato la prova, ma avevano “strappato” la promozione a una commissione volta volta indulgente e diffidente, nel ’72 i lavoratori studenti si sono trovati per la prima volta davanti a delle “commissioni proprie”, cioè davanti a dei gruppi di professori disposti a esaminarli e a valutarli per quello che sono: dei lavoratori studenti. E cioè persone caratterizzate da problemi sociali e culturali propri; ne è risultato un esame molto più ricco e più convincente, un vero e proprio incontro significativo tra intellettuali e lavoratori: la conseguente promozione è stata quindi non solo il conseguimento di un modesto titolo di studio da parte di un gruppo di giovani candidati ma, in un certo senso, una “promozione” della scuola J. Lombardini, che da questa prova è uscita consolidata nei suoi rapporti interni ed esterni.

Sdrammatizzato così il problema dell’esame, si aprivano subito dei nuovi problemi: non era il caso di cogliere l’occasione presentata dalla nuova atmosfera “scolastica” per rivedere a fondo il nostro programma, renderlo meno tradizionale, legarlo maggiormente all’attualità, alle condizioni concrete della vita operaia?
La maggioranza del nostro “gruppo scuola” ha convenuto che fosse bene sperimentare un tipo nuovo di programma con due caratteristiche principali:
  • il punto di partenza e di costante riferimento per ogni serata doveva essere il mondo del lavoro, i suoi conflitti, le sue prospettive.
  • Su questa base si doveva stabilire quel collegamento tra le varie “materie” d’insegnamento, che in passato si era sempre dimostrato insufficiente e insoddisfacente.

L’assemblea ha così deciso che il nuovo programma venisse applicato, in via sperimentale, alla nuova “prima” che iniziava la sua attività nell’ottobre 1972.
Ma dopo poche settimane è risultato chiaro che gli “allievi” reagivano criticamente nei confronti del nuovo programma e che, paradossalmente, stentavano proprio a percepirne l’attualità; così, durante un’assemblea generale tenuta ad Agape, si è accettato di ridimensionare considerevolmente l’esperimento, tornando ad utilizzare l’esperienza accumulata negli anni precedenti, sia pure con alcune prospettive nuove.

Quali sono i motivi di questo scacco? Le spiegazioni possono essere diverse:
  1. Il nuovo programma esigeva un fortissimo lavoro di coordinamento tra le varie materie o serate, cosa assai difficile da realizzare dato che tutti i nostri insegnanti sono volontari e nessuno lavora a pieno tempo per questa scuola né può quindi essere presente ogni sera: i motivi della mancata riuscita sarebbero dunque prevalentemente organizzativi.
  2. Il nuovo programma era valido ma prematuro: per poterlo condurre in porto occorre una metodica preparazione degli insegnanti, e una attenta sensibilizzazione degli allievi: in questo caso, l’attuazione del nuovo programma deve considerarsi semplicemente come rimandata ad un avvenire neanche troppo lontano.
  3. Il difetto del programma era la mancanza pressoché assoluta di impostazione storica: ora, quasi tutti gli intellettuali moderni hanno una mentalità storicistica: ma mentre il “vecchio” programma operava in base a questo dato di fatto, quello “nuovo” creava una crisi: gli intellettuali presupponevano negli “allievi” una visione storica che essi non hanno, e così finivano per appiccicare nel vuoto le notizie che fornivano e le discussioni che provocavano. In questo caso, l’asse portante di ogni programma ragionevole dovrebbe continuare ad essere di tipo storico. Mentre occorrerebbe un grosso sforzo per realizzare, finalmente e ad ogni costo, il collegamento tra le materie, il coordinamento dei programmi e un contatto stretto tra tutti gli insegnanti.

La discussione non è conclusa, e non riteniamo che l’esperienza sia stata inutile: del resto la “prima”, superata la crisi di adattamento e taluni sbandamenti, ha poi realizzato una certa compattezza: tutto lascia quindi prevedere una buona “seconda” per l’anno prossimo.
La “seconda” ha lavorato in base al “vecchio” programma, completato e corretto con diversi elementi validi tratti dal programma sperimentale, e si è presentata in modo valido di fronte agli esami; questi ultimi, svolti secondo il sistema già sperimentato nel 1972, hanno confermato l’esito positivo dell’anno scorso.
Qui non ci interessa tanto osservare che tre quarti dei nostri “allievi” hanno riportato la qualifica di “ottimo”, cosa che può rappresentare un dato transitorio, e comunque non essenziale.
Notiamo invece che durante l’esame quasi tutti gli “allievi” hanno scritto o parlato della nostra “scuola”, e in termini qualche volta toccanti: segno che al di là delle modeste realizzazioni didattico-culturali c’è un’incidenza “morale” della nostra attività; più d’uno, da noi, impara a diventare adulto, ad interpretare criticamente la realtà, a stabilire o scoprire vincoli profondi di comunicazione e di solidarietà.
I primi a rendersene conto sono gli allievi che – ci siamo accorti – selezionano spietatamente gli insegnanti, distinguendo con assoluta lucidità chi è pienamente disponibile e chi non lo è.

Per parte loro, gli ex allievi hanno dato un contributo crescente all’attività della scuola: il loro numero cresce in media di venti all’anno, e mentre alcuni si limitano a mantenere un rapporto di cordialità personale con i membri della “comune”, altri si sentono impegnati in prima persona a faticare e lottare per un giusto orientamento ed una buona riuscita del “Lombardini”.
Attualmente essi costituiscono un quarto del “corpo insegnante” e metà della segreteria che dirige la vita della scuola. Ma anche qui si deve notare un neo: mentre il loro inserimento a livello di segreteria è stato efficace, e spesso decisivo (anche perché essi sono gli unici, oltre ai membri della “comune”, ad avere una conoscenza diretta della realtà operaia di Cinisello), il loro lavoro come “insegnanti” non è stato valorizzato in modo adeguato: mentre infatti la loro capacità di suscitare dibattiti e di stabilire un certo “clima” nella scuola sono cose incontestate e incontestabili, talvolta i “professori” emarginano inavvertitamente gli “ex allievi” dal lavoro più propriamente intellettuale, applicando inconsciamente una dottrina della specializzazione professionale, che non si adatta alla nostra realtà.



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